Il "miracolo dell'ostia" a Oppido Mamertina. 

Domenica 27 novembre 2011, il Quotidiano della Calabria pubblicava, in prima pagina, una notizia dal titolo: “Un grumo color sangue in un’ostia in cattedrale”, dal sottotitolo: “A Oppido Mamertina si pensa al miracolo”. All’interno veniva dedicata un’intera pagina all’avvenimento, con un’editoriale di M. Albanese, in cui poneva l’amletica domanda: “cosa poteva essere quel materiale creatosi dal pezzo d’ostia che assomigliava a macchie di sangue”?

La stessa domanda se la pose Alessandro Magno, nel 332 a.c., quando comparvero delle “macchie di sangue” nel pane dei suoi combattenti, provocando scompiglio nell’esercito e rischiando di compromettere l’assedio alla città di Tiro.
Le cronache registrano altri episodi simili, a partire dal XII secolo. Nel 1263 a Bolsena, si racconta che un prete incredulo abbia visto sgorgare del “sangue” da un’ostia, che macchiò il marmo dell’altare ed il corporale di lino del sacerdote. L’evento passò alla storia come il miracolo di Bolsena. Altri “sanguinamenti” di ostie si sono verificati in Francia tra il XIII e il XIV secolo. Macchie di color sangue si verificarono sulla polenta a Legnaro, vicino Padova, nel 1819 che allarmarono la popolazione tanto che fu nominata una commissione di inchiesta. Il farmacista Bartolomeo Bizio, anticipando le conclusioni della commissione e svolgendo ricerche autonome, trovò la presenza di un batterio a cui diede il nome di Serratia Marcescens; Serratia in onore al fisico fiorentino Serrati e Marcescens per il fatto che il batterio, dopo aver prodotto un pigmento di colore rosso intenso (prodigiosina), muore e marcisce.
La ricercatrice americana Johanna C. Cullen, nel 1994, ha riprodotto in laboratorio il presunto “miracolo di Bolsena” facendo agire il Serratia Marcescens sulle ostie e ottenendo lo stesso risultato.
L’esperimento fu ripetuto dal Prof. Luigi Garlaschelli dell’Università di Pavia, nel 1998, utilizzando una fettina di pane a forma circolare: dopo aver inumidito il pane con acqua sterile, aggiunto delle gocce di Serratia, portato a 30°C e posto in incubazione per alcuni giorni, ha notato la comparsa di alcune macchie di color rosso intenso, di aspetto mucillaginoso, appunto simile al sangue.
Il mistero è dunque svelato. Si tratta di un batterio Gran negativo della famiglia degli enterobatteri. Si sviluppa in ambienti umidi, tipici dei bagni, alla temperatura tra i 5° e i 40° ma anche negli alimenti: pane, dolci, polenta, ostie, ecc. Giunto a maturazione produce il pigmento rosso non solubile in acqua e permane nel tempo sulle sostanze asciutte. Può provocare delle infezioni all’apparato urinario, respiratorio e visivo. Può essere contratto nelle lunghe degenze ospedaliere e, in alcuni casi, può portare alla morte. Nel Medioevo, a causa della notevole ignoranza, gli episodi venivano sfruttati per aizzare i fedeli contro gli Ebrei, incolpati di pugnalare le ostie che sanguinavano.
Il Medioevo per fortuna è lontano e basta cliccare un tasto per conoscere la storia della chimica, della microbiologia e scoprire i prodigi che producono i batteri, senza essere specialisti del settore.
Usare oggi un linguaggio del passato, trascurando le conoscenze scientifiche attuali significa contribuire alla diffusione della credulità popolare e abbassare inevitabilmente il livello del confronto dialettico fra scienza e fede.
In alto, l’esperimento condotto dal Prof. Luigi Garlaschelli all’Università di Pavia, mostra la formazione dei grumi color sangue: sono i pigmenti del batterio Serratia Marcescens